Ti sarà capitato molte volte di provare una grande gioia dopo aver realizzato un desiderio a cui aspiravi da molto tempo. Più hai lottato, più hai perseverato per raggiungere quell’obiettivo, più la gioia che provi è grande. Funziona proprio così: in questo modo siamo arrivati fin qui.
Le cinque emozioni primarie
Come tutte le emozioni primarie, anche la gioia è fondamentale per la nostra sopravvivenza. Ognuna delle cinque emozioni primarie (gioia, rabbia, tristezza, paura, disgusto) funziona come un complesso sistema di comunicazione che il nostro organismo utilizza per codificare la nostra reazione in relazione ad uno stimolo, o evento, di natura esterna oppure interna. Dobbiamo aver chiaro questo punto: le emozioni sono un sottosistema di informazione che ci dice cose che riguardano il nostro stato mentale nel momento in cui le percepiamo. In altre parole le emozioni sono informazioni di origine endogena dalle quale possiamo comprendere in che modo agire in futuro, in relazione ad uno stimolo simile sperimentato in precedenza.
Come riconosciamo la gioia
Se ci concentriamo ad osservare come si manifesta in noi l’emozione della gioia, possiamo renderci conto che in tutti gli esseri viventi la manifestazione della gioia assume delle caratteristiche ben definibili: si sorride (anche alcuni animali lo fanno), si strizzano gli occhi, aumenta la lacrimazione, il battito cardiaco, il flusso sanguigno, cambia il nostro modo di respirare. Questo innesca nel nostro sistema una serie di reazioni a catena di natura biochimica che rilasciano nello spazio sinaptico determinati neurotrasmettitori (serotonina, dopamina, endocannabinoidi, ossitocina) che hanno un ruolo fondamentale nella creazione di un condizionamento comportamentale.
L’eterna ricerca
Molti di noi sono alla ricerca della gioia, ma non è così semplice raggiungere o ricreare un evento che ci porti a sperimentare la gioia (la sensazione che proviamo in seguito al rilascio di alcune sostanze chimiche endogene). Per comprendere perché alla volte è difficile entrare in contatto con la gioia, occorre osservarne la natura, a partire dal fatto che la gioia è strettamente correlata ad un’altra emozione primaria: la rabbia. Comprendere la gioia e la rabbia, per i praticanti di yoga ha un significato di natura primaria, in quanto gioia e rabbia rappresentano due estremi comportamentali per l’essere umano: desiderio e avversione. Noi esseri umani sperimentiamo desiderio (gioia) e avversione (rabbia), tutte le volte che raggiungiamo o meno una risorsa capace di soddisfare un nostro bisogno, non importa che sia primario o meno. Tutte le volte che fra noi e il soddisfacimento del nostro bisogno c’è un ostacolo di qualsiasi natura, proviamo avversione nei confronti dell’ostacolo, della situazione; allo stesso modo tutte le volte che, dopo aver aggirato o distrutto l’ostacolo, riusciamo a soddisfare il nostro bisogno, sperimentiamo appagamento, piacere che creerà un nuovo desiderio. Proprio così, non appena abbiamo raggiunto un obbiettivo questo ci permette di mirare ad un nuovo obbiettivo, di desiderare di raggiungerlo e così la nostra azione nel mondo viene perpetuata. Potremmo dire che tutto il mondo, così come lo conosciamo attraverso i sensi, ha origine dal desiderio, dalla sensazione di gioia. Quindi il desiderio (gioia) corrisponde con l’avversione (rabbia) quando non ci sono ostacoli fra noi e il nostro obiettivo. In altre parole gioia e rabbia condividono la medesima natura.
Come funziona la gioia vista da dentro
Immaginiamo di trovarci in una condizione estrema: siamo in una foresta, abbiamo finito il cibo e dobbiamo cercarne dell’altro. Percepiamo il bisogno del corpo di essere nutrito e subito inizia la ricerca perché abbiamo desiderio del cibo. Dopo varie peregrinazioni, la fame è molta, finalmente troviamo un bellissimo albero di mele selvatiche, ne prendiamo alcune e le mangiamo. Quello che proviamo è esattamente gioia, appagamento, dato dal senso di sazietà dopo il pasto. Questo schema ha avuto successo, percepita la fame ci siamo messi in cerca del cibo e abbiamo trovato un albero con dei frutti, li abbiamo mangiati soddisfacendo così il bisogno. Ovviamente in questo caso si tratta di un bisogno primario, fondamentale per tenere il corpo in vita, così questa strategia deve essere demarcata con una connotazione positiva, che dobbiamo desiderare di raggiungere in futuro proprio per sfamarci di nuovo. Il nostro corpo produce così delle sostanze dalle quali diventiamo dipendenti, e che vengono rilasciate solo in occasione di una strategia di successo (quando riusciamo ad esaudire un bisogno, in questo caso di cibo). Così scopriamo che il desiderio nasce da un bisogno, ed è necessario a tenere in vita il corpo fisico. Quindi il desiderio ha senso per il corpo.
La gioia riguarda noi o gli altri?
La gioia è un’emozione primaria che riguarda strettamente noi, non gli altri, ci informa del fatto che i comportamenti, le strategie, messe in atto per raggiungere una determinata risorsa hanno avuto successo, questa è un’informazione utile agli esseri viventi in termini di vantaggio evolutivo: denotando positivamente (attraverso il rilascio di molecole chimiche endogene) i comportamenti vantaggiosi, saremo in grado di selezionarli fra i vari possibili, in una situazione in cui ci è necessario raggiungere una risorsa che ci occorre. Il rilascio di neurotrasmettitori che ci fanno sperimentare piacere, ci fa diventare dipendenti dai comportamenti vantaggiosi in termini evolutivi che hanno il valore di una ricompensa: se fumate sapete cosa significa, se accendete la sigaretta quando sentite di meritarvela, il piacere che provate è molto più intenso e alimenterà il desiderio della sigaretta successiva, questo accade con tutto quello che ci da piacere. Possiamo diventare dipendenti da tutto ciò che ci provoca piacere.
Come nasce il desiderio?
Quando si tratta di bisogni primari, il nostro corpo ci fa sentire desiderio per ciò che lo può tenere in vita: desidera cibo, desidera un riparo, desidera accoppiarsi per riprodurre se stesso. Ti è mai capitato di chiederti: “Da quanto tempo non faccio cose che mi danno piacere? Devo fare qualcosa per me stessa, per me stesso, è giusto, non posso pensare sempre agli altri, vengo prima io! Se non penso prima a me non potrò mai aiutare gli altri”. Il corpo ci parla in vari modi e spesso crediamo che i bisogni del corpo siano sempre tutti reali e primari.
La risorsa
Nei momenti in cui la sofferenza è alta, ci è capitato di chiederci perché non possiamo provare sempre gioia, se è così piacevole, perché non si può rimanere solo in quello stato? Spesso soffriamo infatti quando non c’è gioia, quando non riusciamo a raggiungere la risorsa che ci occorre, questo accade per un motivo semplice: la scarsità delle risorse, non tutte le risorse sono sempre accessibili e disponibili per tutti i viventi. Ad esempio nelle città, dove c’è un’alta densità di esseri umani e di risorse, c’è sempre anche molta sofferenza. Purtroppo anche se cerchiamo di concentrare le risorse, di difenderle a vantaggio di alcuni gruppi di esseri umani, quelle stesse risorse non saranno mai disponibili per tutti facilmente.
Bisogni individuali e bisogni collettivi
Nasce così un dilemma di ordine culturale: il concetto di vantaggio, di piacere, di beneficio personale soggettivo, non è visto di buon occhio nelle società di esseri umani, per converso ci troviamo a fare sempre di più per avere risorse a disposizione che sembrano non essere mai abbastanza. Ad un certo punto ci rendiamo conto che ci sono dei comportamenti istintivi (nutrirsi, riprodursi, riposare, ecc.) che in un contesto socio-culturale debbono essere visti come qualcosa da amministrare saggiamente. Lo troviamo anche in tutte le religioni, che sono modi arcaici di gestire gruppi di esseri umani sotto l’egida di alcuni principi fondamentali che rendano possibile la convivenza. La gola, la lussuria, l’accidia, ad esempio, sono visti come vizi capitali in alcuni contesti sociali e religiosi, come eccessi di alcuni comportamenti che di per se sono necessari a perpetrare la vita di una specie di viventi (appunto nutrirsi, riprodursi, riposare). In questo modo si crea un conflitto. I bisogni primari dell’essere umano sono necessari alla sopravvivenza, ma se non vengono regolati allora sono visti come peccaminosi, come dannosi e vanno redarguiti: ad un certo punto la religione non ci è bastata più e siamo arrivati alla legge, una regola comune per trovare il modo di convivere in un luogo finito con risorse finite, con la necessità di continuare a crescere e moltiplicarci. I doveri verso la collettività hanno creato i diritti, non viceversa.
Natura e cultura
Procedendo in questo modo diveniamo sempre più in grado di comprendere la nostra condizione di esseri umani: siamo degli animali, con dei bisogni istintuali soggettivi, che però per sopravvivere hanno bisogno della relazione con altri viventi, con altri esseri umani. Una condizione davvero peculiare, sentiamo di avere un centro, un’individualità eppure ci riconosciamo solo nella pluralità, nella relazione con altro da noi. Sentiamo che non ci sono abbastanza risorse per tutti eppure continuiamo a concentrare gruppi sempre più grandi d’individui in porzioni di territorio sempre più ristrette a causa della disponibilità sempre minore di risorse. In questo modo creiamo il conflitto da sempre presente fra la natura e la cultura degli esseri umani.
La vergogna
Occorre mettere a fuoco un fatto: le società tendono ad inibire i bisogni individuali in presenza di bisogni collettivi, questo ha creato nella nostra struttura psicofisica una nuova emozione secondaria, recente rispetto alla gioia, la chiamiamo vergogna. Per molte e molti di noi, oggi è quasi un automatismo provare vergogna subito dopo aver provato piacere, forse per alcuni addirittura prima di mettere in atto la strategia che li porterà a sperimentare gioia e piacere.
Ego
In molti ambiti che vengono definiti spirituali, tutte le esperienze che provocano piacere e soddisfazione personale vengono sconsigliate, in quanto tendenze egoistiche in grado di edificare e sostenere l’ego che crea il concetto di individuo. Anche qui siamo di fronte ad un estremo. Risulta così sempre più necessario trovare un modo per raggiungere un equilibrio sano fra bisogni individuali e collettivi. Com’è possibile rimanere in contatto con i propri bisogni individuali, primari, e allo stesso tempo far si che il soddisfacimento di questi bisogni non arrechi danno agli altri individui intorno a noi? Questo è davvero un problema enorme considerato che i bisogni primari dei singoli individui possono manifestarsi in tempi e modi diversi.
Un condizionamento culturale
Possiamo così trovarci ad osservare mentre in noi agisce un automatismo, un condizionamento, in questo caso di origine culturale: appena sperimentiamo l’emozione primaria della gioia, subito in noi nasce l’emozione secondaria, regolante, della vergogna, interrompendo sul nascere una sensazione necessaria e ben più antica. Occorre guardarci bene dalla sensazione di non riuscire più a provare gioia, in quanto la gioia ha a che fare strettamente con la strategia di sopravvivenza del corpo fisico. Se perdiamo la capacità di sperimentare la gioia, allora perdiamo la capacità di discernere cosa è nutrimento e cosa non lo è. Il nutrimento non è solo un fatto fisico, occorre osservare la realtà dell’unione completa del corpo fisico con i processi di natura mentale, psichica. Viviamo anche, e soprattutto, perché continuiamo ad imparare dal nostro vivere, la mente è sempre affamata di nuove esperienze: se iniziamo a provare vergogna per il nostro stare al mondo come esseri umani allora iniziamo a generare uno stato mentale altamente negativo, nel senso che nega la necessità di continuare il viaggio che chiamiamo esistenza, proprio perché non ne vediamo più la necessità. Arrivare a questo non è liberazione, è soltanto nichilismo e negazione della realtà materiale, che pure esiste e si manifesta, nella, e attraverso la mente.
La trappola del dovere
In un contesto simile può accaderci di non provare più gioia per quello che facciamo, una gioia semplice e sempre presente, connessa al momento in cui compiamo le nostre azioni quotidiane. Così facendo cadiamo nella trappola del dovere. Viviamo non più nella gioia che può donarci una sana ed equilibrata quotidianità, ma nella sensazione di avere un dovere, un debito, una missione nei confronti della società che ci ospita. Studiamo per dovere, lavoriamo per dovere, facciamo famiglie per dovere, ecc. Iniziamo a sentire che la gioia va meritata, va conquistata a caro prezzo, con grandi sforzi e quando diventa troppo difficile allora ricorriamo ad altre sostanze, situazioni, comportamenti che ci danno piccole gioie istantanee, provando una grande vergogna subito dopo. Così tutto diventa troppo faticoso, troppo pesante, troppo impegnativo, sentiamo di non avere le risorse per entrare in contatto con la nostra gioia, non la meritiamo e la preziosa risorsa della mente e del corpo fisico collassano su se stessi. Quindi cosa fare?
Semplicemente osservare e comprendere
Le emozioni che sperimentiamo vivendo, vanno osservate, comprese e adattate in relazione al contesto. Sarà capitato a chiunque di trovarsi in un contesto, una situazione, in cui la maggioranza delle persone presenti è in un condizione che non gli consente di provare gioia, invece noi ci sentiamo di ottimo umore e siamo sorridenti. Bene, in quel contesto presto ci sentiremo a disagio, proprio perché magari, in quel momento, altri stanno sperimentando la tristezza, la rabbia o la paura. Quindi occorre ricordare che le emozioni sono informazioni utili a noi, nel momento in cui ne facciamo esperienza, sono la eco del risultato di un nostro pensiero, una nostra parola, una nostra azione: non è per nulla necessario mettere sempre, e continuamente al corrente gli altri delle nostre emozioni. La nostra tendenza a estrovertire le nostre emozioni è denotata anche dai contesti sociali che creiamo abitualmente. Ci capita spesso di ricercare contesti in cui molte persone sono mediamente gioiose per poter esprimere liberamente la nostra gioia (concerti, pub, luoghi d’intrattenimento e pubbliche relazioni in generale). Ci andiamo proprio perché ci va di ritrovare la nostra gioia, magari perduta, o semplicemente per condividerla, esprimerla. Può accadere anche il contrario: non voglio più sentire la gioia, ho capito che non va bene mostrarla, posso ferire qualcuno, allora la reprimo, la spengo sul nascere. Si tratta di un fatto: culturalmente abbiamo creato l’abitudine di esprimere o reprimere le emozioni che sperimentiamo. Abbiamo dimenticato del tutto la terza via, di gran lunga più utile e sana: la possibilità di osservare le emozioni come indicazioni, come grandi possibilità di conoscenza e comprensione del nostro stato mentale.
La visione profonda
La meditazione è un utile strumento d’osservazione e ovviamente è un mezzo adatto ad osservare anche il sorgere e passare delle nostre emozioni. Se osserviamo con attenzione piena cosa accade quando siamo coscienti di provare un’emozione, ci accorgiamo che in relazione ad ogni emozione (o stato mentale), sperimentiamo in diverse parti del corpo delle sensazioni. Si tratta di sensazioni fisiche, concrete. Sul piano mentale sperimentiamo la nostra emozione, sul piano fisico sperimentiamo le sensazioni corrispondenti, si tratta delle due facce dello stesso foglio. Quando iniziamo a percepire una emozione, invece di reagire ad essa, esprimendola o reprimendola, possiamo andare diritti alle sensazioni fisiche che emergono nel corpo. Non ci interessa perché alcune sensazioni emergano in corrispondenza di determinate emozioni, ci limitiamo ad osservarle durante la nostra meditazione da seduti, oppure durante il flusso delle azioni quotidiane. Ciò che emergerà chiaramente, e senza troppo sforzo, sarà la dinamica di tutte queste sensazioni: ogni sensazione che percepiamo, sorge, permane per qualche tempo, poi inevitabilmente passa, si dissolve, diventa altro. Procedendo in questo modo ci accorgeremo del fatto che, anche le emozioni che affiorano nel piano mentale, seguono la medesima dinamica delle sensazioni: sorgono e passano, non durano, non permangono uguali a loro stesse, sono in transito.
Tornare a casa
Nella lingua tibetana del Dharma, il termine Yoga è composto da due sillabe རྣལ་འབྱོར་. La sillaba རྣལ་ (rnal), ha come significato il riposo, la possibilità di rimanere tranquilli, senza agitazione del corpo o della mente. La sillaba འབྱོར་ (‘byor), ha come significato l’ottenimento, il raggiungimento, il ritorno a qualcosa, ad una determinata condizione. Allora chi pratica lo Yoga è chi torna a permanere in uno stato tranquillo, senza agitazione di mente e corpo. Quando ci si trova in un tale stato allora è possibile osservare e analizzare la reale portata di tutti i fenomeni, sia interiori che esteriori.
L’azione incondizionata
Così, avendo osservato le emozioni sul piano fisico e mentale, saremo in grado di comprenderle e la nostra azione non sarà più condizionata da questi movimenti, sarà adeguata al contesto ed efficace, senza generare danno alcuno per gli altri o per noi. Ci sono altri mezzi, magari la meditazione non è l’unico, ma è il più antico e rodato sistema di concentrazione e osservazione. Soltanto una mente concentrata, attenta, può generare un’azione adeguata, misurata, adatta al contesto. Se questo non accade ci saranno solo reazioni ad impulsi istintuali per noi indecifrabili, sarà impossibile comprendere che tutta la nostra sofferenza è causata da noi stessi, dai nostri pensieri, dalle nostre parole, dalle nostre azioni condizionate dal passato.
