Perché giochiamo?
“Giocare è una pulsione biologica”1, un fatto cellulare, mitocondriale. “Questo diventa evidente quando osserviamo i giovani mammiferi che interagiscono: lo fanno giocando, azzuffandosi e ruzzolando insieme a terra. Se i cuccioli vengono deprivati della loro dose quotidiana di gioco, il giorno seguente sentiranno di dover giocare di più, in modo proporzionale al tempo sottratto al gioco il giorno precedente, come se ci fosse la necessità di compensare una perdita.”2 Se ai cuccioli viene sottratto il tempo del gioco questo genera frustrazione: l’azione inespressa nel gioco si accumula e diventa una iper-azione, con un potenziale non più indirizzato allo scoprire, al conoscere direttamente. Il gioco è la prima forma di conoscenza e il primo movimento verso l’esterno, a partire dalla percezione di un bisogno interno.
La marcatura dei limiti.
“Una seduta di gioco inizia con una postura di invito, se questo invito viene accettato il gioco ha inizio”3: quindi il gioco è anche un rituale, molto primordiale, assomiglia molto ad una cerimonia di passaggio. “Per comprendere l’importanza di questo impulso biologico possiamo osservare come, è attraverso il gioco che apprendiamo il concetto di limite, cosa è socialmente accettabile cosa non lo è: quando il gioco non è più divertente per uno dei partecipanti, si smette di giocare, spesso si afferma che “non è giusto”, così il gioco finisce, il limite è stato raggiunto”4, abbiamo modo così di osservare l’impatto del nostro agire nell’orizzonte percettivo dell’altro. “La marcatura dei limiti è necessaria per la formazione spontanea ed il mantenimento di gruppi sociali stabili.”5
Perché è importante giocare e continuare a farlo?
“Gli esseri umani prendono parte a giochi di simulazione in cui i partecipanti hanno ruoli sociali diversi (ad esempio: madre-neonato, insegnante-alunno, giocare al dottore, a guardie e ladri, ecc.)”6, in questo emerge un primo contatto con il contesto socio-culturale nel quale ci troveremo a crescere dopo essere stati messi al mondo: è il nostro modo di prendere le misure e capire i ruoli e i personaggi in gioco. Approcciamo all’esistenza come ad un gioco di ruolo, esploriamo limiti e possibilità dei personaggi per comprendere in che direzione poterci orientare. “Un’altra fondamentale funzione biologica del gioco richiede di prendere in considerazione i sentimenti altrui, se non lo facciamo nessuno vorrà giocare con noi”7, se non siamo in ascolto di come si sentono gli altri a giocare con noi, verremo privatə del piacere che si prova a giocare. Il gioco, in questo senso, è un contesto efficace e protetto per studiare come relazionarci in modo equilibrato e soddisfacente con l’altro da noi. “Questo, a quanto pare, è il motivo per cui il gioco fa parte da sempre del nostro processo evolutivo, perché è così piacevole e soffriamo quando non possiamo giocare: il gioco promuove la costituzione dei contatti sociali essenziali per la nostra vita. In breve, è il più importante veicolo per lo sviluppo dell’empatia.”8
Lo yoga è un gioco molto antico.
In questo contesto yoga è uno strumento d’osservazione, un meta-stato in cui la nostra capacità d’osservazione si fa più acuta e puntuale, più libera e giocosa. Allora diventa possibile approcciare gli āsana giocando ad abitare tutto il corpo, esplorandone possibilità e limiti. Ascoltare il respiro involontario come il giocare dell’esterno con lo spazio del corpo: l’intorno che gioca con l’interno, sentirci respirati. La meditazione è il gioco che mettiamo in pratica quando ci arrendiamo e assumiamo completamente la forma e il sentire di quello che percepiamo, fino a perdere il concetto di limite, di forma e membrana. Che succede se ci concediamo un libero spazio d’interazione e dialogo, uno spazio in cui incontrare noi stessə nel gioco? Quando i tre stati evolutivi della nostra mente (psiche): la mente infantile, la mente adolescente, la mente adulta, dialogano e trovano il loro modo di stare insieme, allora avviene lo yoga, l’integrazione di tutte le versioni di noi stessə. Sempre più spesso sentiamo di volerci liberare dai ricordi, dalle sofferenze passate, vorremmo cambiare e diventare qualcos’altro, qualcunə di migliore, ma che succede se a tutto questo concediamo un libero spazio d’interazione e dialogo? Uno spazio in cui tutte le versioni di ciò che siamo possano incontrarsi e giocare insieme, trovando un modo per coesistere e collaborare è sempre possibile, dobbiamo solo concedercelo e concederlo agli altri.
Note
1. Solms Mark, La fonte nascosta, un viaggio alle origini della coscienza, Milano, Adelphi, 2023, pp. 150-154.
2. Ibid.
3. Ibid.
4. Ibid.
5. Ibid.
6. Ibid.
7. Ibid.
8. Ibid.
