Yoga, scienza spirituale o strumento geopolitico?

Mentre scrivo e tu leggi, nel mondo ci sono circa 300 milioni di persone che praticano yoga. Un dato impressionante se si pensa che non troppo tempo fa (agli inizi del XX sec.), lo yoga non era così famoso, nemmeno in India. Fin dai primordi, la pratica di questa antichissima disciplina interessava piccoli e sporadici gruppi di individui che vivevano fuori dalle cittadelle e lontani dalle prime società che si andavano formando: questi erano gli śramaṇa¹. Questo termine, śramaṇa, è riferito ai monaci rinuncianti e sta ad indicare chi intraprende una via ascetica, di rinuncia: un duro lavoro interiore di purificazione in cerca di qualcosa di superiore, non accessibile nell’immediato agli individui che conducono un’esistenza comune.

Lo yoga per tutti.

Grazie all’opera di Tirumalai Krishnamacharya (1888 – 1989), lo yoga improvvisamente inizia a diventare molto famoso e diffuso anche al di fuori dell’India. Ovviamente prima di lui altri avevano iniziato a diffondere lo yoga in occidente, possiamo pensare all’importante e precoce lavoro di Swami Vivekananda e poi di Paramahansa Yogananda. Cosa aveva compreso Krishnamacharya, che altri prima di lui non erano riusciti a mettere a fuoco altrettanto chiaramente?

L’eterna ricerca del benessere.

Gli inizi del XX secolo rappresentano per l’umanità un momento di intenso dinamismo del sapere e di rapida crescita delle attività produttive, ovviamente tutto deriva da un possente cambiamento della mente dell’essere umano, che in quell’epoca storica subisce l’ennesimo forte scossone. La nascita di un ideale di benessere sempre più alla portata di tutti, o quasi, giustifica la scelta di un’industrializzazione inarrestabile e crea un precedente nell’enorme cambiamento dell’assetto geopolitico mondiale, che porterà a sua volta a generare enormi tensioni, sociali, culturali e politiche, per la difesa di quel benessere sempre più visibile e raggiungibile e che sfocerà nei due conflitti mondiali. Nei secoli precedenti era decaduta la nozione di ricchezza in relazione ad un titolo nobiliare: quel benessere nobiliare ora è disponibile per tutti a patto di sposare le dure leggi di mercato che implicano l’inizio di una crescita che non potrà mai e poi mai diventare una decrescita. Questo è il momento storico in cui si afferma, sempre più chiaramente e con un’accezione positiva, il concetto di individualità, che ora è tutelato e sostenuto da leggi e sistemi, sempre più complessi e strutturati: occorre lottare per proteggere e mantenere il benessere conquistato. Soprattutto nella cultura occidentale questo ideale attecchisce e riscuote molto successo, del resto già in passato i prodromi di questo modello socioculturale, erano stati posti in essere da civiltà come ad esempio i Romani, ma ancora prima di loro questo schema era emerso e, a seguito di grandi catastrofi e pandemie, era tornato di nuovo nell’oblio. Siamo quindi di fronte ad una tendenza della mente umana: ottenere sempre più soddisfazione anche a scapito dell’altro da noi.

Come lo yoga è stato semplificato.

Krishnamacharya, da grande osservatore, comprende tutto questo e capisce che, affinché la pratica dello yoga possa tornare in auge, occorre renderla adatta alla mente dell’essere umano moderno. Parte dal semplificare l’intera struttura della disciplina, eliminando quasi completamente la meditazione statica e i forti e ridondanti elementi che fanno riferimento al lato più spirituale della pratica. Krishnamacharya, suo figlio T.K.V. Desikachar, ed il suo allievo Patthabi Jois (inventore dell’Ashtanga Vinyasa Yoga), ma anche personaggi come B.K.S. Iyengar, Bikram Choudhury, e molti altri altri insegnanti di quel particolare periodo storico, sono i padri dello yoga moderno, forse anche contemporaneo, in quanto grazie al loro operato lo yoga abbandona la dimensione “autentica” per adattarsi alle esigenze, ed aspettative, dell’essere umano moderno. Questo uomo nuovo, ricerca disperatamente il benessere e la soddisfazione, che lo portano ad una esagerata attenzione al tema della salute, pur non volendo ascoltare e conoscere le esigenze biologiche del proprio corpo. Occorre ricordare che pratiche come lo Hatha Yoga, sono state codificate e descritte in epoche relativamente recenti: i testi che descrivono lo yoga, che è arrivato sino a noi oggi (Hatha Yoga Pradipika, Gheranda Samhita, Shiva Samhita), sono stati scritti tutti tra il X ed il XVIII secolo d. C., quindi davvero molto recenti e decisamente non “tradizionali” o facenti riferimento allo yoga delle origini, che sembra invece essere riferito alle pratiche del tantrismo, risalenti a più di 3500 anni fa, presenti e ben radicate in tutto il subcontinente indiano già prima delle prime incursione ariane.

Si può ancora parlare di yoga?

Ovviamente tutto evolve, cambia e si trasforma, quindi anche quella cosa che ancora chiamiamo yoga è cambiata così tante volte che, forse, non avrebbe più senso continuare a chiamarla con lo stesso nome. Per questo oggi siamo invasi da così tanti approcci, o stili di yoga, che è diventato davvero difficile capire da dove iniziare. Ogni volta che nasce un nuovo approccio, si tenta di risalire alle origini: sembra quasi di trovarci in un momento di rifiuto per la realtà, dove sentiamo la necessità di tornare ad un contesto dove tutto era più puro, semplice e meno strutturato. Si tratta però di un miraggio, non è possibile comprendere le radici dello yoga a meno che non le andiamo a ricercare esplorando temi quali la natura della mente e del sé, esplorando il fenomeno che chiamiamo vita che ci riguarda tutti così da vicino.

Lo yoga di oggi è anche uno strumento geopolitico.

Grazie alla riforma operata a partire da Krishnamacharya, lo yoga si trasforma da una disciplina destinata a pochi, ad un successo globale. Dal 2012 al 2016 il numero di praticanti, soltanto in America, è più che raddoppiato passando da 4 a 10 milioni. In India dal 2014 Narendra Modi è divenuto primo ministro e ha scelto di adottare lo yoga come un potente strumento di gestione e di potere. Suo obiettivo dichiarato è quello di affermare, sul territorio nazionale, un forte nazionalismo connesso all’Induismo. Questo dovrebbe dare un obiettivo ed un senso comune all’enorme numero di esseri viventi che si trovano attualmente a vivere nel subcontinente indiano ( 1.394.306.208 abitanti, con una densità di 464 abitanti/km² ). Il premier Modi, subito dopo la sua elezione, ha creato un ministero dello yoga, nel 2015 ha indetto la prima Giornata Mondiale dello Yoga e nel 2016 ha ottenuto presso L’UNESCO, il riconoscimento dello yoga come patrimonio immateriale dell’umanità. Narendra Modi, sostenuto dal suo partito Bharatiya Janata Party (BJP), nutre un sentimento nazionalistico autoritario ed egemonico, si definisce come un guardiano della nazione, che sente fortemente minacciata dalla minoranza musulmana (13% della popolazione totale). Tutto questo ha creato India delle enormi tensioni interne, dove lo yoga, ancora una volta, è stato trasformato da strumento per l’evoluzione del potenziale della mente umana, a stendardo di una contesa sempre più accesa fra nazionalisti hindu e le altre minoranze. Attualmente l’Uttar Pradesh è lo stato più densamente popolato dell’India, dal 2017 in questo stato la pratica dello yoga è divenuta obbligatoria in tutte le scuole, mentre dal 2019 in tutte le Università dell’India è obbligatorio celebrare la Giornata Mondiale dello Yoga. Alcune decisioni del premier come l’abrogazione dello statuto autonomo per la regione del Kashmir, e l’inasprirsi delle tensioni militari con il vicino Pakistan, hanno portato lo stato Indiano al centro delle attenzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, visto che sia l’India che il Pakistan, sono delle potenze nucleari². Il premier Modi è apparso più volte sulle principali testate giornalistiche, mentre pratica le posizioni dello yoga o mentre si ritira in meditazione nelle caverne di Gangotri.

Lo yoga come strumento di potere.

Osservando tutto questo non si può fare a meno di notare come l’essere umano, nel corso dei millenni, ha continuamente interpretato, adattato e utilizzato la pratica dello yoga per l’ottenimento della sua soddisfazione individuale ed il mantenimento di uno status socioculturale conquistato faticosamente e con metodi violenti. Per chi studia e pratica yoga oggi, tutto questo può risultare un’enorme contraddizione, un sovvertimento in termini di prospettive e ordine tradizionale. Alla luce di questi fatti sarebbe lecito chiedersi se è davvero possibile parlare di tradizione per quanto riguarda lo yoga, oppure semplicemente, anche in epoche molto precedenti alla nostra, questo enorme concetto culturale che abbiamo chiamato yoga non sia stato da sempre utilizzato da piccoli o grandi gruppi di esseri umani come strumento per realizzare un’enorme, complessa e forse utopica, scultura sociale.

Allora cos’è yoga?

Il vero dramma dell’essere umano è forse quello di smarrirsi per sempre nella propria realtà relativa, costituita dalle sue opinioni, visioni e valori personali, perdendo completamente la possibilità di contemplare, riconoscere ed accettare, una realtà assoluta ben più ampia e onnicomprensiva. Mi piace pensare che sia proprio questa la necessità che ha portato alcuni a parlare per la prima volta di yoga: ricordare a tutta l’umanità di essere una forma temporanea, in perpetua trasformazione e dovuta alla casuale compresenza di determinate condizioni. In sostanza ricordare ad ogni individuo di essere soltanto una piccola cellula di un organismo più grande, e che l’unico scopo di questa piccola entità è la comprensione, la collaborazione, la cooperazione.

1. Il termine sciamanesimo deriva da un adattamento nella lingua inglese del termine tunguso samān, che troviamo anche nel dialetto pali samāna, e poi nella lingua sanscrita śramaṇa. Tuttavia è un termine abbastanza recente, abusato e per lo più utilizzato in modo non proprio. Lo troviamo per la prima volta nella Brihadaranyaka Upanishad che risale al VI sec. A.C.

2. cfr. Pecqueur Antoine, Atlante della Cultura. Da netflix allo Yoga: il nuovo soft power. Add Editore, Torino, 2021.

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